Stupro

Fuggire non serve a nulla. Non serve scappare dai problemi, dalle persone. Non servì neanche a me. Mi chiamo Valerie, per gli amici Val. E ne avevo pochi, una compagnia piccola quanto bastava per sedersi tutti attorno ad uno di quei tavolini rotondi, a bere una birra tra una risata e l’altra. Ancora continuano ad aspettarmi al nostro bar, speranzosi. I miei genitori invece di speranza non ne hanno più; dicevano sempre che con un caratterino così vivace nessun uomo mi avrebbe presa tanto volentieri, se avessero potuto vedere. Frequentavo il quarto anno del liceo psicologico quando arrivò quel giorno. Non ero tra le prime della classe ma mantenevo soddisfatta la mia dignitosa media del sette; studiare significava molto per me, sarebbe stato il mio lasciapassare per un futuro migliore. Negli ultimi anni avevamo cambiato con regolarità i professori di psicologia quindi non era una sorpresa vederne arrivare uno nuovo ogni tanto. Quel lunedì mattina invece rimasi colpita quando vidi entrare nell’aula il Signor Seize, il nostro preside. Un uomo dall’aspetto burbero, con un accenno di calvizie sebbene non fosse così avanti con l’età. Ci disse che da lì alla fine dell’anno avrebbe sostituito lui il posto vacante a psicologia. I miei compagni deglutirono all’idea di un anno particolarmente duro. I mesi scorrevano lenti e il Signor Seize si mostrò una persona estremamente gentile sebbene i suoi modi fossero un po’ datati, mi ricordava un vecchio signorotto d’epoca medievale, quest’idea mi faceva sorridere e smorzava un po’ la tensione che creava. Credo se ne accorse anche lui quando una mattina, finite le lezioni, mi chiese perché sorridevo tanto mentre parlava del disturbo Borderline e, mio malgrado, riuscì a farmi svuotare il sacco. Mi stupì la sua reazione e dopo quell’episodio diventò ancora più gentile nei miei confronti, quasi premuroso. I miei compagni mi prendevano in giro dicendo che ero la sua cocca ma a me non dava fastidio, mi confortava l’idea di avere un adulto dalla mia parte, era come se le mie opinioni contassero qualcosa adesso. Non fu una vera e propria amicizia, ma più una sorta di complicità. Non capisco cosa successe dopo, cosa incrinò questo equilibrio. Venne il giorno della visita che il Signor Seize aveva organizzato ad uno dei vecchi manicomi ormai abbandonati, voleva che vedessimo con i nostri occhi cosa volesse dire essere rinchiusi. L’ispezione non durò troppo, ci tratteneva nelle stanze più importanti per darci brevi ma dettagliate spiegazioni, per il resto del tempo potevamo curiosare liberi ma rigorosamente in gruppo. Scaduto il tempo iniziammo ad avviarci tutti verso le rispettive abitazioni quando il Signor Seize mi fermò e, caldamente, mi chiese se volevo un passaggio. Di camminare non ne avevo voglia, con quel fresco poi, così accettai al volo. Ricordo tutto di quell’auto. I sedili neri in finta pelle, i vetri scuri, gli interni decorati di legno smaltato. Non ci arrivai mai a casa. Il Signor Seize disse di conoscere una deviazione: “Così torni prima e puoi metterti a studiare i disturbi istrionici” disse a mo’ di battuta. Svoltò verso una zona che mi sembrò piuttosto disabitata ma non feci domande, anche nei film le scorciatoie sono sempre un po’ malmesse. Inchiodò vicino a quella che sembrava una vecchia vetreria, non capii, ruotai lo sguardo su di lui in tempo per cogliere la sua mano precipitosa verso il mio corpo. Sentii una forte pressione che mi spezzò il fiato. Persi i sensi. Dieci minuti, mezz’ora, un’ora. Non so quanto tempo passò, infine mi svegliai. Non appartenevo più al mio corpo, riuscivo ad osservarmi dall’alto e scrutai ogni centimetro visibile di quell’ammasso di estesi ematomi. Sopracciglio spezzato, labbra spaccate, profondi segni di denti sul seno e sulle gambe. Sangue gocciolante andava a formare una pozza sotto i miei genitali. Uno spettacolo orribile, mi sarebbe mancata l’aria se avessi avuto ancora dei polmoni. Dicono che il nostro cervello ci protegga impedendoci di ricordare i traumi che ci hanno segnato ed è uno dei tanti compiti che inconsciamente svolge, per questo avevo deciso di iscrivermi a quell’indirizzo. Mi affascinavano le funzioni di quest’immenso patrimonio che risiede al nostro interno. Di quel giorno ricostruii i fatti solo grazie ad alcuni frammenti disordinati di ricordi che mi ronzavano costantemente in testa. Ma non capii mai il perché, perché mi avesse fatto tutto ciò. Perchè questo bisogno furioso di prendersi qualcosa di così prezioso come una vita.

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LIDIO

Il sole non sorge mai, qui a Dublino. Questa rigidità climatica, col tempo, influenza gli animi più fragili come il mio. Uscii di casa. La nebbia si impossessò dei miei pensieri e, come ogni mattina, iniziarono insieme un giro di valzer.

Camminavo a testa bassa verso un’occupazione che non sentivo più mia e mi preparavo ad indossare un salvagente immaginario per non affogare fra quelle quattro mura. In ufficio il tempo scorre lento quanto il mio orologio biologico e, con la faccia da bambino infelice, mi immersi tra le pratiche. Alle cinque tirai la cordicella, il salvagente si gonfiò e riemersi; passai le mani sul viso per scacciare le ultime cifre dagli occhi e uscii.

Mi diressi verso Temple Bar e mi guardai attorno senza curiosità, un pub valeva l’altro, per affogare i miei demoni non serve ricercare la raffinatezza. Così passavano le mie serate, passeggiate stanche verso una meta che non mi importava conoscere. Mi decisi dopo una carezza umida sulla mia guancia e successivamente un’altra e un’altra ancora. Entrai nell’unico pub meno esposto rispetto agli altri, percorsi la lieve pendenza e mi ritrovai circondato da legno scuro come la Guinness, tra luci soffuse e musica calda. Per pochi istanti le mie membra si sentirono nel luogo adatto. Scelsi il posto più in ombra e lasciai che il mio corpo stanco cadesse sullo sgabello. Ordinai una pinta di birra e, nell’attesa, osservai meglio quel piccolo universo intorno a me. Stanze cupe contenenti persone dello stesso colore, solo i vetri delle bottiglie appese sopra il bancone spezzavano quell’alone scuro insieme a qualche tricolore per non far mancare un velato patriottismo.

E poi accadde. Un altro universo, opposto al primo,  entrò in collisione. Mi venne incontro decisa :”Sei seduto nel mio posto”. Aveva un accento marcato e, forse era la birra o forse ero io, ma non capii subito cosa intendesse. “Siedo sempre qui e tu mi hai preso il posto”. Mi spostai senza dire una parola e mi avviai verso l’uscita quando sentii di nuovo quell’accento :”Non intendevo mandarti via”. Tornai sui miei passi e sedetti accanto a lei guardandola. Due occhietti color nebbia incontrarono i miei, seguiti da un piccolo sorriso. Poche ciocche le ricadevano sul viso, le restanti racchiuse in una coda arrangiata, la rendevano un po’ trasandata ma, nel contesto, piacevole da ammirare. Una bellezza che non andava capita, semplice come sarebbero stati i nostri futuri incontri.

Non vi furono altre parole quella notte e non sarebbero state necessarie. Bevemmo muti, osservandoci, fisicamente diversi, con lo stesso demone in comune. Non servirono appuntamenti, date e orari. Sapevamo inconsapevolmente che ci saremmo rivisti. Divenne la mia quotidianità, i nostri diavoli si placavano, se in due, e a noi restava una timida dolcezza.

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Mia inestinguibile speranza…

Mia inestinguibile speranza

Ancora chiaramente nascosta

Non per paura o imbarazzo

In questa interminabile adolescenza

Di toccarti o vederti

In vecchie e nostalgiche memorie

Di protezione che

Ancora continuano a scivolarmi dentro

Ad attraversarmi

Recidive e sporche mani

Espressive ed egoiste.

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Miliardi di dita…

 

Mani. Miliardi di dita nate per creare e distruggere … fare e disfare.

 Le mani … armi o bandiere bianche?

Tutte diverse, ma legate dalla vita.

Quando penso alle mani rifletto su quanto incredibilmente possano essere magiche ed altrettanto fatali, tali da impugnare fucili, ferire, uccidere solo per oro nero e fogli di carta, che etichettano il valore di ogni qual cosa esista in questo mondo.

Ne vale davvero la pena? Non so. So soltanto che le mani per me sono lavoro,  polvere, sudore di miliardi di persone che hanno vissuto e vivranno ancora … e che non ricevono ciò che si meritano, ma anche carezze, amore, dolcezza, abbracci, aiuto, amicizia.

Le ritrovo nella pasta fresca fatta da mia nonna, in un dipinto pieno di emozione e talento. Così minuscole ed innocentemente inconsapevoli, eppure eternamente responsabili… 

Sono le prime ad afferrare e a lasciare andare le nostre occasioni, come delle bacchette cinesi utilizzate per mangiare il riso, che dopo un po’ si raffredda … 

Spesso non ci rendiamo conto di quanto siano indispensabili e preziose, perciò ci facciamo corrompere dalla nostra umana stupidità. Perché usare le mani per rovinare la nostra Madre Terra, che ci ha ospitato ed amato senza chiedere nulla in cambio? Perché invece di autodistruggerci non combattiamo per salvaguardarci?

Silenzio.

Di conseguenza mi domando: qual è il loro senso? Glielo diamo noi o  il nostro fato? Sanno di amaro o di dolce? Sono la nostra salvezza o il nostro peccato? Io credo che siano la proiezione di chi siamo e di chi vogliamo essere. La nostra forza e la nostra debolezza.

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Mani (Francesca )

Le nostre mani si conoscono,

Le mie percorrono le strade delle tue

Si abbandonano

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“Mani e madre” (Luna)

Nasce una creatura

mani di madre la sfiorano

il primo tocco il pianto cura

inizio di un gioioso legame.

 

Le mani, le mani

danno affetto,

fanno del male

il bene: educazione.

 

Mamma, mia adorata

mani dolci e sapienti

mamma, genitore e amica,

mani educazione e ferita.

 

Gioia immensa, infinita

calore, amore, libero cuore.

salvezza

carezza.

 

 

Madre

lasciala andare

mani unite si separano

l’affetto non muta

il cuore tutto preserva

l’amore sempre resta.

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Le mani sono il corpo che interpreta l’anima.

Le mani sono il corpo che interpreta l’anima.

Hanno visto creazioni, ascoltato applausi, assaporato tocchi, odorato carezze.

Mani da ricamatrice, da falegname, da pittrice, da musicista.

Le mani sono lavoro ed il lavoro è la vita di un’umanità presa per mano e condotta fuori dalla sua dolce culla materna per essere schiaffeggiata dal manicomio di questa frenesia cui siamo condannati, fatta d’equilibrio dinamico.

Non c’è posto per la quiete, la contemplazione ha trovato i sedili occupati e le tocca reggersi alle instabili maniglie della solitudine – che è una parola sola -.

Stiamo morendo, dannazione, stiamo morendo da quando siamo nati.

Se solo ci guardassimo le mani, se solo percepissimo lo strazio di quel tacito grido digitiforme… forse apprezzeremmo maggiormente ciò che le mani del passato hanno lasciato alle nostre in eredità.

Un lustro impresso sul dorso d’una mano di bambina è fiore che si veste dell’alba d’un nuovo giorno una volta destatosi.

Un anno inciso nella pelle d’un canuto è fuoco su una ferita sanguinante.

Certi segni tattili del tempo non si possono cauterizzare, ma solo mitigare con creme d’illusione.

Nel palmo d’una mano palpita il futuro, i pollici opponibili garantiscono saldo appiglio alla vita.

Di tutti gli esseri noi siamo gli unici che col contatto d’una mano si presentano, salutano, accarezzano, asciugano lacrime, additano per incolpare, accorrono in aiuto per esprimere parole mute e sollevano teste di chi, per vergogna, conosce solo la punta delle proprie scarpe.

Togliete dal mondo ciò che non è frutto delle mani e rimarrete solo voi e ciò che vi mantiene, che vi “tiene per mano”.

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